Primo di tre approfondimenti nati dalla tavola rotonda organizzata da Bitrock con nove professionisti dello sviluppo mobile e dell’intelligenza artificiale.
C’è un momento preciso in cui, per molti sviluppatori mobile, l’intelligenza artificiale ha smesso di essere una curiosità ed è diventata parte del mestiere. Lo racconta con una certa ironia Stefano Mondino, da quattordici anni sviluppatore iOS in Synesthesia: «A dicembre mai avrei pensato di trovarmi qui in una round table sull’AI, ero molto scettico. Poi da gennaio è cambiato tutto per il settore mobile». Lo stesso Mondino ricorda di aver bollato l’iPhone come una moda passeggera nel 2007: «Era prevedibile che sarebbe andata a finire così».
Per capire quanto sia profondo questo cambiamento, Bitrock ha riunito attorno a un tavolo virtuale nove voci di primo piano — sviluppatori Android, iOS, Flutter, React Native e Kotlin Multiplatform, insieme a due esperti di intelligenza artificiale.
Questo primo articolo fa il punto su una domanda semplice ma decisiva: cos’è oggi l’AI per chi costruisce app, e come conviene usarla?
Non più una novità, ma un’abitudine quotidiana
Il primo dato è che l’AI è ormai dentro il flusso di lavoro di tutti. Cambia solo l’intensità: c’è chi la usa come chat, chi come agente autonomo, chi per capire al volo un pezzo di codice sconosciuto. Marco Gomiero, Principal Android Engineer e Google Developer Expert, è tra i più radicali: «Sarà più di un anno che non scrivo più linee di codice. La usiamo in lungo e in largo, sia al lavoro sia nei progetti personali. Mai stato più felice».
Alcuni team stanno già facendo il salto verso uno sviluppo completamente “agentico”. Carlo Lucera, Flutter Team Lead in Pivotal Technologies, ha raccontato di una transizione in corso proprio in quei giorni: «Stiamo passando dall’uso comune tramite chatbot nell’IDE a uno sviluppo di tipo agentic completo, dove il nostro ruolo sarà controllare le pull request e correggere il codice».
Il tranello delle metafore: junior, senior o stagista?
Una delle domande più discusse è stata anche la più istintiva: l’AI assomiglia a un collega junior, a un consulente senior o a uno stagista che ogni tanto combina guai? La risposta corale è che nessuna di queste immagini regge, perché tutto dipende da come lo strumento viene guidato.
Federico Nessi, sviluppatore iOS in Bitrock, propone il paragone più efficace: «La vedo come una macchina di Formula 1: se la sai guidare va velocissima, ma devi saperla guidare». Stefano Mondino, che ammette di non amare la personificazione dei modelli, preferisce pensarla come «una tastiera che scrive a velocità folle», da configurare per farle scrivere esattamente ciò che si ha in mente.
Gli esperti di AI riportano il discorso alla sostanza tecnica. Mauro Marinello, Data Scientist e Product Owner di Radicalbit (soluzione parte del product portfolio di Fortitude Group), taglia corto: «Un modello non è nulla di più di un generatore di token. La sua capacità di comportarsi da junior o da senior è strettamente correlata alla nostra capacità di dargli il giusto prompt».
Il vero motore è il contesto
Qui sta il cuore di tutto. Il valore dell’AI non risiede nel modello, ma nella qualità e nella struttura delle informazioni che gli forniamo. «Immaginate il modello come uno scatolone di informazioni», spiega Marinello. «Più sono strutturate, migliore sarà la risposta. Se scrivete “fammi l’applicazione per la dieta” e basta, esce una ciofeca. Se usate le skill, vi collegate a un server MCP e vi dedicate del tempo a scrivere un buon system prompt, allora le cose cambiano».
Il collega Marco Riva, AI engineer in Fortitude Group, porta un esempio che dovrebbe far riflettere chiunque si affacci a questi strumenti: lo stesso identico modello, con gli stessi tool, produce esiti opposti a seconda di chi lo usa. «Dato in mano a chi non sa nulla di sviluppo o a chi è molto competente, genera risultati completamente divergenti. La potenzialità dello strumento è legata alla competenza di chi lo utilizza».
Il punto di partenza
Se c’è una conclusione che tiene insieme questo primo confronto, è che l’AI ha alzato enormemente la velocità, ma non ha spostato di un millimetro il baricentro: restano decisive la competenza di chi la usa e la cura con cui le si dà contesto. È una tastiera velocissima — ma qualcuno deve pur sapere cosa digitare.
Nei prossimi due approfondimenti entreremo nel merito: perché gli agenti tendono a “preferire” alcuni framework e come questo cambia le scelte tecnologiche, e perché — nonostante tutto — le competenze umane e le soft skill restano il vero fattore di differenziazione.
Serie in tre parti — Rivedi la Roundtable
Speaker: Federico Monti (MOLO17), Stefano Mondino (Synesthesia), Carlo Lucera (Pivotal Technologies), Marco Gomiero (Airalo / Google Developer Expert), Federico Nessi (Bitrock), Emanuele Maso (Bitrock), Alberto Dallaporta (Novalab), Mauro Marinello (Fortitude Group), Marco Riva (Fortitude Group).
Moderazione: Samantha Giro, Mobile Manager at Bitrock.