Sovrani sulla carta, dipendenti nei fatti. È la contraddizione in cui cadono molte aziende che hanno scritto policy di data governance impeccabili ma restano ancorate a un solo fornitore cloud extra-UE per ogni carico di lavoro critico. È il tema del secondo episodio della Bitrock Tech Radio, che riprende il filo del primo: la puntata in cui avevamo messo a fuoco perché la sovranità digitale sia ormai un argomento da consiglio di amministrazione, non solo da reparto IT.
Oggi lasciamo la teoria da parte. Torniamo con Franco Geraci, Head of Engineering in Bitrock, per capire come si costruisce concretamente un’infrastruttura sovrana senza rinunciare a velocità e innovazione: quali architetture, quali strumenti, quale metodo.
Nella scorsa puntata abbiamo capito perché la sovranità assume un ruolo così rilevante oggi e quindi come è possibile ottenere autonomia e controllo senza rinunciare a innovazione e velocità?
Partiamo da una premessa onesta: non esiste una scelta corretta in senso assoluto, ma esiste il compromesso ideale per ogni specifica realtà. Sul mercato si profilano principalmente tre approcci mainstream, ciascuno caratterizzato da precisi bilanciamenti.
L’approccio A si affida agli hyperscaler statunitensi nelle loro versioni sovereign. Questo modello garantisce la massima maturità tecnologica, la massima potenza computazionale, l’accesso alle intelligenze artificiali più avanzate e tempi di implementazione estremamente rapidi. Il livello di controllo è elevato, ma non assoluto, poiché permane un’esposizione latente legata alla giurisdizione del fornitore extra-europeo.
L’approccio B si muove invece all’interno di un perimetro interamente europeo. Questa opzione riduce drasticamente l’esposizione giuridica e si appoggia su un ecosistema continentale in forte crescita; tuttavia, richiede un trade-off in termini di performance complessive e capability, che risultano leggermente minori rispetto ai colossi d’oltreoceano.
Infine, l’approccio C adotta un perimetro totalmente italiano, focalizzandosi sul Polo Strategico Nazionale e su provider di modelli locali. Se da un lato questa scelta assicura il massimo controllo e la massima governance, dall’altro implica un divario tecnologico più ampio e una minore scalabilità.
Sono tre equilibri diversi tra controllo, maturità tecnologica e velocità. Il valore distintivo di Fortitude non sta nell’imporre una linea a prescindere, ma nell’aiutare il cliente attraverso un approccio mentale analitico. La risposta corretta non è unica per tutta l’organizzazione, ma si declina su ogni singola esigenza aziendale.
Dopo questa introduzione, approfondiamo il concetto di “disaccoppiamento del layer AI” cosa significa e in che modo è collegato al raggiungimento della Sovranità Digitale?
Immaginiamo l’intelligenza artificiale come il motore di un’automobile. Attualmente, la maggior parte delle aziende sviluppa soluzioni tecnologiche saldando direttamente questo motore al telaio dell’applicazione. Se in futuro sorge la necessità di cambiare motore — per motivi di costo, di performance o per esigenze di sovranità — si è costretti a smontare l’intera vettura.
La nostra strategia fa l’esatto contrario. Tra l’applicazione di business e i modelli di intelligenza artificiale inseriamo uno strato intermedio, configurato come una sorta di presa universale. L’applicazione dialoga esclusivamente con questa interfaccia standard. Dietro la presa, siamo liberi di collegare di volta in volta il motore più idoneo: il modello americano più performante per elaborare dati pubblici, oppure un modello europeo, open source o italiano — magari installato on-premise — per trattare le informazioni sensibili.
Questo approccio si traduce in un beneficio straordinario. Sostituire un modello AI o spostare un carico di lavoro su un perimetro più protetto cessa di essere un titanico progetto da rifare da zero, diventando una semplice operazione di configurazione, come girare una manopola. Questa flessibilità permette anche di integrare tempestivamente i nuovi e migliori modelli che il mercato rilascia su base continua, senza sprecare gli investimenti pregressi. Significa azzerare il vendor lock-in, conquistare una reale libertà operativa e garantire la massima continuità del business anche di fronte a improvvisi mutamenti normativi, fluttuazioni di prezzo o tensioni geopolitiche.
Nella pratica, come Bitrock e il Gruppo Fortitude portano tutto questo dentro le aziende? Con quali strumenti?
Nel corso del tempo abbiamo consolidato e strutturato un percorso metodologico rigoroso basato su quattro fasi sequenziali.
Il punto di partenza imprescindibile è l’assessment di sovranità. In questa prima fase analizziamo nel dettaglio i dati e i workload del cliente per mappare il loro livello di sensibilità e definire quale tipo di sovranità sia applicabile a ciascuno di essi. Il risultato di questo screening è una mappa strategica trasparente affiancata da un piano di lavoro concreto.Una volta tracciata la rotta, procediamo con il secondo passo: il disegno architetturale della soluzione. Segue poi la terza fase, ovvero la costruzione vera e propria dell’infrastruttura e del software. L’ultimo tassello è rappresentato dalla gestione evolutiva, garantendo così una copertura e un supporto end-to-end su tutta la progettualità.
Durante l’intero ciclo di vita del progetto, l’azione del Gruppo Fortitude è fedele a quattro principi guida fondamentali: la portabilità dei sistemi, la reversibilità delle scelte tecnologiche, il controllo assoluto del dato e l’auditabilità, ovvero la capacità di dimostrare e tracciare in modo trasparente e in qualsiasi momento chi ha effettuato l’accesso o modificato una determinata risorsa.
Qual è il ruolo preciso delle diverse anime che compongono il Gruppo?
Il Gruppo Fortitude esprime il proprio valore grazie alla sinergia di quattro anime specializzate, ognuna focalizzata su un tassello cruciale della catena del valore. Bitrock si occupa di portare metodo, disegno architetturale, design e delivery di livello enterprise, orchestrando la trasformazione digitale. ProActivity interviene per garantire capacità e competenze tecniche flessibili laddove i progetti richiedano continuità operativa e scalabilità dei team. Radicalbit rappresenta la nostra componente dedicata alla governance e all’intelligenza artificiale, fornendo gli strumenti software avanzati necessari per gestire, monitorare e tenere sotto controllo i modelli in produzione (MLOps).
Infine troviamo Waterstream, che costituisce la nostra soluzione verticale nativa studiata appositamente per connettere direttamente il mondo dell’Internet of Things (IoT) alla piattaforma di streaming dati Apache Kafka. In termini semplici, questa tecnologia raccoglie in tempo reale i flussi informativi provenienti dal campo — come sensori e macchinari industriali tramite protocollo MQTT — e li convoglia nativamente in Kafka, azzerando i costi e le complessità architetturali delle tradizionali integrazioni. Non parliamo di una suite generalista, ma di una soluzione verticale e specializzata, progettata su misura per i mercati dell’Industry 4.0, della manifattura, dell’energia e delle smart city.
Il vero fattore differenziante sta nella combinazione di queste competenze: offriamo un controllo verificabile, una reversibilità totale delle scelte e un time-to-market nettamente più rapido a parità di struttura organizzativa. Non si tratta di sperimentazioni isolate, ma di un modo diverso di costruire soluzioni software per l’impresa. Aiutiamo il mercato a superare la logica degli slogan astratti per abbracciare una sovranità concreta, misurabile e dimostrabile coi fatti.
Ringraziamo Franco per essere stato nuovamente nostro ospite e per averci aiutato a fare chiarezza su un tema così complesso, guidandoci nella comprensione dei passi fondamentali per trasformare la sovranità digitale da concetto astratto a pratica aziendale quotidiana.
Se desideri saperne di più sul nostro approccio o vuoi comprendere come applicare in modo personalizzato questi principi all’interno della tua organizzazione, contattaci per fare il primo passo concreto insieme a noi.